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Il mio saluto a Marco Simoncelli

Allenamento Mentale - Sport, Business & Coaching

Il mio saluto a Marco Simoncelli

Caro Marco,

oggi sei tornato a casa e non l’hai fatto come avresti voluto: soddisfatto, contento, magari orgoglioso per un altro podio, con il tuo trofeo in mano. Ci sei tornato senza alcuno stato d’animo, senza più una parola, senza nessuna espressione sul tuo viso solare. Immobile, senza respiro, senza vita.

Io non ho avuto la fortuna di conoscerti di persona e anche se oggi sto scrivendo a te e di te, ammetto di averti seguito poco negli anni, concentrato forse su chi è stato più vincente o più famoso. Forse non avrei il diritto di rivolgermi a te. Però sento di volerlo e doverlo fare lo stesso, perché ci sono cose che ci accomunano. Come te amo lo sport, amo la moto, ho avuto la tua età, ho sognato più volte di fare un giro in pista. Negli ambiti che mi competono, anche io voglio essere un campione. Le nostre strade sono state diverse, ma non per questo siamo stati del tutto diversi noi. Per questo voglio lasciarti il mio saluto.

Mi ricordo del tuo Mondiale vinto, del talento che stava venendo fuori dirompente, gara dopo gara. Come il nuovo che avanza. Mi ricordo del tuo accento scanzonato nelle interviste, dei tuoi capelli indisciplinati e di quante volte ho pensato: sei troppo alto per fare il pilota. In realtà, anche io cadevo nella trappola di quelli che giudicano senza ricordare. Non ricordavo infatti che quando c’è l’amore per ciò che si fa, quando c’è passione, quando c’è il talento e quando sei disposto a pagare il prezzo, diventi un campione. E tu sei un campione!

Il lunedì mattino, dopo le gare, ho l’abitudine di leggere i giornali sportivi online. Il tuo nome, lì, l’ho sempre trovato. Vuole dire che sapevi essere protagonista, farti valere, combattere e lottare per una passione grande, irrinunciabile. Da sportivo vero, volevi vincere, arrivare primo. Sei arrivato prima dei tuoi colleghi e amici forse all’unico appuntamento che avresti voluto volentieri rimandare, ma pensa: è successo mentre cavalcavi la moto, la tua moto, il tuo grande amore, dall’altra parte del mondo rispetto a casa tua, con migliaia di appassionati sugli spalti e le televisioni accese: molti erano lì anche per te. Eri arrivato, avevi coronato il tuo sogno di essere un pilota. Devi essere fiero e orgoglioso di questo, anche se è andata a finire così. Come hai detto tu… si vive di più cinque minuti su una moto, di quanto non facciano tanti altri tutta la vita.

Oggi c’è qualcuno che dice che dovremmo disperarci, discutere e scrivere anche di tutte le altre morti, in ogni parte del mondo, perché ogni morte è uguale. Io credo che sia vero, ma pure impossibile nello stesso tempo. Si ricordano più facilmente le persone con cui esiste un legame, e un legame si forma quando scorrono emozioni. Tu di emozioni ce ne hai date, per questo ci siamo sentiti legati a te, per questo siamo toccati dalla tua morte.

Nessuno può sapere cosa ti sia passato per la testa quando hai sentito la gomma scivolare e la moto scappare via. Ma sono sicuro che l’ultimo tuo pensiero non sia stato di paura o di dolore. Non sarebbe stato da te, non saresti stato tu. Sono sicuro che la tua mente era già lì, a pensare a come tirarti su e riprendere a correre, non perdere troppo tempo perché gli altri scappano via e la gara è appena all’inizio. Si può ancora recuperare e fare risultato.

Forse per te adesso è così. Forse tu stai vivendo da un’altra parte, in un luogo misterioso dove tutto questo non è successo, o è successo in modo diverso. Dove ti sei rialzato e hai continuato a correre, e lo potrai fare ogni volta che vorrai. Sei nato per quello ed è giusto che tu lo faccia. Goditela, divertiti, vai più forte che puoi.

Credo che, la prossima volta che ne vincerai una, chi ti ama come i tuoi genitori e la tua sorellina – a cui va un grande abbraccio – troveranno il modo di sentirti esultare sul podio. E saranno felici con te e per te.

Noi ci teniamo stretto il prezioso ricordo di un giovane campione dal sorriso grande.

Ciao Marco.